Cristina Vonzun, direttrice del Centro cattolico media della Svizzera italiana, ha intervistato mons. Alain de Raemy in occasione dei suoi quattro anni d’attività come Amministratore apostolico della Diocesi di Lugano. Riproduciamo l’intera intervista pubblicata oggi anche sul settimanale cartaceo Catholica che ogni sabato è distribuito come inserto del Corriere del Ticino.
(c) Cristina Vonzun/catt.che catholica/cdt
Mons. Alain, il 10 ottobre 2026, sono quattro anni che è Amministratore apostolico della diocesi di Lugano. Di recente ha avuto anche l’occasione di fare il punto con i sacerdoti nei diversi vicariati. Le chiedo come vive questa situazione provvisoria? Si intravede una soluzione da parte di Roma per la guida della Diocesi di Lugano?
Sono molto soddisfatto del cammino percorso con i sacerdoti, i fedeli e la popolazione. Ho incontrato recentemente i sacerdoti nei diversi vicariati. Questi incontri mi hanno dato la possibilità di condividere anche con loro la situazione diocesana. Mi sento ben accolto nella nostra Diocesi. Apprezzo la ricchezza umana e spirituale nell’insieme del territorio della Diocesi, le grandi potenzialità, ma anche l’attesa della comunità che si aspetta una scelta definitiva per il governo della Diocesi di Lugano.
Secondo lei, come mai ci vuole così tanto tempo per arrivare alla nomina del vescovo di Lugano?
C’è da dire che questa situazione di attesa prolungata non è un caso unico. È successo e succede in altre diocesi del mondo. D’altronde anche in Svizzera si aspettano dei cambiamenti alla guida delle diocesi di Sion e Coira. Tornando alla situazione in Diocesi, sono fiducioso che il cammino sinora intrapreso getti le basi per un futuro stabile e pieno di speranza.
Lei ha compiuto qualche passo sul piano della richiesta della cittadinanza ticinese?
La legge dà la possibilità di richiedere la cittadinanza ticinese e l’attinenza comunale senza perdere quella originaria. Bisogna aver vissuto in Ticino almeno 3 anni, risiedere nel comune di residenza da almeno 2 anni in modo ininterrotto ed essere integrato. La cittadinanza ticinese è uno dei requisiti richiesti per la nomina a Vescovo della Diocesi di Lugano previsto dalla Convenzione del 24 luglio 1968 tra il Consiglio federale e la Santa Sede. È una via che rimane aperta.
Ma le piacerebbe vivere in Ticino, da ticinese?
Sì, decisamente sì, perché ho imparato a conoscere questo territorio e la sua popolazione in modo privilegiato nell’esercizio del mio ministero episcopale, così da scoprirne l’anima e le diversità.
Anche se dovessi lasciare il Ticino, prima di partire, ne chiederei per affetto la cittadinanza.
Tutta la Chiesa è chiamata ad essere sinodale: in che modo si sta promuovendo e vivendo la sinodalità nella Diocesi di Lugano?
Bisogna continuare a percorrere la strada dell’ascolto reciproco. Il cammino sinodale, che abbiamo intrapreso in comunione con tutta la Chiesa cattolica e confermato anche da Papa Leone XIV, è una preziosa e provvidenziale occasione data ai sacerdoti, alle parrocchie, alle reti pastorali e a tutti i fedeli per coinvolgere nuove persone e ravvivare la vita comunitaria.
Sono contento di partecipare al cammino sinodale che sfocerà nell’assemblea diocesana nel maggio 2027. Il pastore della Diocesi di Lugano, chiunque egli sia, avrà fra le mani una bella testimonianza e un bel documento di lavoro che potrà diventare un piano pastorale.
Papa Francesco prima e oggi papa Leone chiedono a tutta la Chiesa di porsi definitivamente in cammino sinodale, ricordandoci che la «sinodalità» è il «modo di essere della Chiesa» per il presente e il futuro.
C’è poi un camminare insieme come Chiesa, nel concreto, già oggi. Dove, di recente, ne ha fatto esperienza?
In tante occasioni, ma in particolare lo abbiamo vissuto durante il pellegrinaggio diocesano a Lourdes, dove malato e accompagnatore si arricchiscono a vicenda in un sorprendente dialogo tra pari, sul cammino della vita. L’ho pure vissuto in Benin, dove sono stato a giugno. In Benin sono stato confrontato a condizioni di vita inimmaginabili da noi, eppure, anche là, ci troviamo tra pari davanti al mistero della vita, imparando gli uni dagli altri. Ero lì per l’ordinazione del settimo seminarista della diocesi di Kandi, che sta facendo la formazione a Lugano.
In queste settimane il Ticino e Lugano in particolare sono stati confrontati con casi di violenza giovanile. Come guarda a questo fenomeno?
Questi episodi di violenza giovanile mi preoccupano. Confermano allo stesso tempo la necessità di rafforzare il nostro impegno e la nostra responsabilità nelle scuole e nelle attività pastorali a favore di giovani e famiglie perché danno orientamento e creano prospettive. In questo senso il futuro non è una minaccia, ma una promessa. Il fatto stesso che ci sia gioventù aiuta a guardare al futuro non come una minaccia ma come una promessa. Danno prova di questa risorsa che è la gioventù le testimonianze dei sopravvissuti al rogo di Crans Montana, nello stupore degli stessi genitori. Ho colto questa esperienza da un papà di uno di questi ragazzi.
Le parrocchie ticinesi soprattutto nelle valli devono fare i conti con difficoltà finanziarie e pastorali dovute alla carenza di persone disponibili. Come state affrontando questa situazione?
Le difficoltà finanziarie delle parrocchie aumentano, e non solo nelle valli, la Diocesi deve sempre più intervenire a sostegno delle congrue dei preti. Le sfide principali sono legate alla frammentazione e alla presenza di particolarità locali. La riorganizzazione delle reti pastorali e l’unione delle forze permettono di rispondere a queste sfide. Abbiamo un bel gruppo di lavoro che si sta chinando con entusiasmo sulla complessità delle sfide finanziarie e pastorali.
A febbraio 2027 sarà diffuso lo studio finale sugli abusi nella Chiesa cattolica in Svizzera. Dal progetto pilota del settembre 2023 a oggi, quali misure sono state messe in atto nella Diocesi di Lugano? E quali cambiamenti concreti hanno prodotto?
L’esperienza e i racconti delle vittime sono diventate la bussola che guida le nostre attività di prevenzione. Sono state attuate diverse misure per rafforzare la prevenzione, l’ascolto e la consulenza alle vittime di abusi di ogni genere. Sia il diritto canonico universale che la modifica della legge sulla Chiesa cattolica in Ticino approvata il 14 settembre scorso dal Gran Consiglio, ci obbligano a denunciare i casi di abuso allo Stato. I risultati dello studio pilota dell’Università di Zurigo hanno già dato impulsi importanti con un’accresciuta attività di prevenzione e sensibilizzazione con la popolazione. Questa importante presa di coscienza ha portato, ad esempio, alla creazione del Gruppo di ascolto indipendente per le vittime di abusi in ambito religioso (GAVA).
La gestione dell’archivio diocesano è stata ulteriormente rafforzata. I membri della Conferenza dei vescovi svizzeri, compresa la nostra diocesi, si sono impegnati personalmente a garantire che tutti gli archivi di loro competenza riguardanti gli abusi continuino a essere disponibili e che nessun documento vada distrutto. Sono stati introdotti anche da noi test attitudinali psicologici (assessment) per i candidati al sacerdozio.
È prevista nei prossimi mesi – con una pianificazione già stabilita l’introduzione di un Codice di condotta sul modello delle altre diocesi svizzere, l’adozione di un piano di protezione completo e di un regolamento relativo alle molestie sessuali sul luogo di lavoro.
Lei è d’accordo con la risoluzione del Consiglio di Stato del 14 settembre scorso relativa all’obbligo di denuncia da parte delle Chiese allo Stato per i casi di abuso?
Sì, perché, secondo me, questo obbligo come è stato definito offre una serie di ottime garanzie alle vittime e precisa i doveri di chi è tenuto alla denuncia. Prossimamente, organizzeremo in ambito ecclesiale degli incontri informativi.
Veniamo al caso del prete ticinese condannato nell’agosto 2025 per abusi. Si attende l’appello chiesto dalla procuratrice pubblica. Sul piano canonico, invece, a che punto è la situazione?
La procedura canonica è ancora in corso.
Il sacerdote dove si trova?
È attualmente residente in una struttura protetta dove viene accompagnato in modo stabile.
Dal 2025 la diocesi, insieme alla Facoltà di teologia propone un CAS in pastorale sanitaria. Qual è la risposta a questa proposta?
Il Certificate of Advanced Studies (CAS) in assistenza spirituale in ambito sanitario ha suscitato un grande interesse fra sacerdoti e laici. Continuiamo ad affinare questa offerta formativa completa che è già entrata nella sua seconda edizione. Ricordo anche che la Facoltà di teologia propone un CAS nell’ambito dell’educazione religiosa in età scolastica rivolto ai docenti di istruzione religiosa delle scuole dell’obbligo e ai catechisti. Questo perfezionamento professionale risponde alle esigenze richieste dal Cantone e dalla Diocesi nell’insegnamento religioso nelle nostre scuole.
Lei il 25 ottobre celebra i 40 anni di sacerdozio. Dopo quattro decenni, è ancora felice di essere prete?
Non ho mai avuto rimpianti sulla mia scelta, anzi, l’ordinazione episcopale mi ha confermato ulteriormente nella volontà di Dio per me, sperimentando con essa una profonda pace e serenità interiore.
Quale messaggio vorrebbe lasciare oggi alle persone che vivono la fede, ma anche a chi dalla Chiesa si è allontanato, credente o non credente che sia?
Tutti i recenti viaggi del Papa in Africa e in Europa ci confermano quanto questo singolare ministero del successore dell’apostolo Pietro porti al mondo un richiamo della bellezza e dignità di ogni persona umana e dell’umanità intera come progetto voluto da Dio. Sono tante infatti le testimonianze che ho sentito anche da persone non vicine alla Chiesa, sul soffio di speranza che porta questa voce e presenza del Papa, indipendentemente dalla sua personalità. Fa bene avere in questo mondo un riferimento che è indipendente rispetto alle attuali ideologie e modi di pensare, una figura che ha una sua linea e riesce a raggiungere l’anelito di vita e di senso che abita tutti noi. Il Vangelo rimane, secondo me, la luce che può attraversare tutte le tenebre. La nostra sfida da credenti è di non fargli ombra.

Mons. Alain de Raemy il 19 agosto 2026 a Lourdes con i pellegrini ticinesi.






